Ricetta!

Uova strapazzate del sabato mattina
Ingredienti:
-2 uova avanzate dalla carbonara di giovedì scorso
-Una quantità indefinita di cubetti di pancetta avanzati dalla carbonara di giovedì scorso
-Mezza cipolla
-Sale, pepe, olio
Preparazione:
Trascorri un venerdì sera dedito a bagordi ed eccessi. Abusa di qualsiasi cosa ti passi sotto gli occhi. Cerca di dormire il meno possibile e svegliati nelle peggiori condizioni possibili.
Affronta i fornelli con la determinazione di chi si prepara a fare una frittatina.
Rompi le uova. La frittata viene più soffice e gustosa se separi tuorli e albume, sbatti i tuorli e aggiungi solo dopo l'albume.
Quindi tu te ne fotti e sbatti tutto insieme.
Taglia la cipolla a dadini, annusa la pancetta per verificare che non abbia ancora preso vita e aggiungi il tutto nel piatto delle uova. Aggiungi sale e pepe, mescola in maniera approssimativamente sufficiente.
Metti la padella antiaderente sul fuoco. Scordati di mettere un velo di olio (o di burro) e versa il tutto nella padella in maniera che si attacchi immediatamente.
Bestemmia tra i denti e cerca di metterci una pezza aggiungendo un po' d'olio, sperando che per qualche curiosa legge fisica possa scivolare sotto il pastone malefico.
Osserva preoccupato la cottura e risolviti a tentare di girare la fritatta aiutandoti con un piatto.
Raschia via dalla padella la parte inferiore dell'ex-frittata e mischiala con la parte ancora cruda, mescola il tutto e risbattilo in padella aiutandoti con un cucchiaio, due palette e se necessario anche le mani.
Completa la cottura e mangia il pastone davanti al TG di La7, accompagnando il tutto con del Cabernet CIleno.
Ora puoi fare le pulizie.
In recupero
Sembrava troppo bello.
Il fatto è che proprio nei minuti di recupero, quando basterebbe tenere il risultato, quel pirla dell'allenatore ti chiama dalla tribuna. Ti strappa al tuo ruolo di tifoso.
E ti butta in campo.
E ci butti l'anima. Il cuore. Ti sfondi di caffeina, spremi tutta l'adrenalina che hai, ti fai scoppiare i polmoni incitando, premendo, incoraggiando, consolando, rassicurando.
Ma non ce la fai, cazzo. La Squadra non ce la fa.
Nonostante te.
Nonostante tutto.
E allora ti devi rassegnare a quello che, nelle migliori delle ipotesi, puoi considerare come un onorevole pareggio.
Con dentro quel tarlo che ti dice che forse avresti potuto fare di più.
E non bastano, per consolarti, le parole di chi ti guarda come quello che se l'è giocata fino in fondo. Quello che merita l'onore delle armi. Che non si tira indietro.
Perché alla fine, non è della TUA vita che stiamo parlando. Non sei tu a essere di nuovo attaccato a un tubo. Sei nella tua casa, lontano dai bip di un monitor che controlla le funzioni vitali. Il tuo corpo non deve tollerare sonde, saturimetri, aghi, garze, medicazioni allo iodio.
Tu devi solo recuperare qualche ora di sonno. Magari devi trovare il modo di gestirti qualche stupida scadenza.
Tutta roba facile.
Il fatto è che la partita continua. E quando hai potuto, non hai fatto la differenza.
Effetti collaterali
Rispondi a un messaggio su un'altra pagina e ti perdi il post che stavi scrivendo.
Cancellato.
Inghiottito dal Web. Anzi, dal non-Web.
Peccato. Era un bel parallelo tra il concetto di "effetto foresta" nell'informazione e l'annacquamento dei rapporti sociali.
Beh, ve lo siete perso. Sono cose che capitano. Chissà quante volte succede.
Il vantaggio, questa volta, è che lo sapete. Avrei potuto stare zitto, fare finta di niente. O ancor peggio, mettermi a riscrivere lo stesso post, sputacchiando su questa pagina un'accozzaglia di parole che non avrebbe avuto la stessa spontaneità. Una sorta di clone arraffazzonato. Il ricordo di un'idea, già annacquata da minuti di distanza.
In fondo, è meglio così.
Chimica emotiva

Non so se capiti a tutti. Cioè, non so se tutti lo facciano. Io si.
Giorno per giorno ora per ora, ho a che fare con il mio "io". Lo guardo, lo analizzo, lo studio, lo seziono.
E mi accorgo subito se è pigro, svogliato, o al contrario vibra con quella bella frequenza che richiama idee e amplifica tutto quello che ti sta intorno.
Già, questione di fisica. Questione di frequenza. Può comparire per periodi più o meno lunghi. A volte solo per qualche ora. A volte per giorni, settimane, addirittura anni.
E siccome le scienze non rimangono mai isolate, questione di chimica. Perché senza l'ingrediente (il reagente) giusto, quella frequenza non si fa viva. E non ti trovi a sorridere di tutto e tutti. Non così.
Clic!
Scatta quasi per caso
Non sai nemmeno tu come
Clic
Non ti interessa il perché
Clic
Forse una questione di tempismo. Forse solo quei due minuti che scivolano via. Quelli che contano. Che fanno la differenza tra le acque ferme di un lago e una mareggiata.
Quelli che ti separavano da quel semplice, fragoroso
Clic
Curva in tripudio
Detto, fatto. È bastata una manciata di minuti (che in terapia intensiva si sono dilatati in giorni) per ribaltare il risultato. Roba da annali sportivi. Di quelle che ti fanno venire le lacrime agli occhi. Da fare fatica a crederci. E noi tifosi, ora, dobbiamo solo aspettare e sperare di mantenere il risultato nei minuti di recupero.
Stasera offro da bere a chiunque incontri.
Segnatevelo.
Mancanza di tempismo
Ci sono libri, film, canzoni, che andrebbero incontrati al momento giusto.
Non succede sempre, però.
Qualche volta, arrivano con qualche mese di ritardo.
Condizionali
Sarebbe bello.
Svegliarsi la mattina e scoprire che la trasmissione dei pacchi è stata sospesa per un improvviso calo di audience. Perché gli spettatori, di colpo, hanno deciso che è un gioco stupido.
Sarebbe bello.
Vedere scomparire Lotto, Superenalotto, Totocalcio, Gratta e vinci. Solo perché nessuno ha più bisogno di sperare in una botta di culo per cambiarsi la vita.
Uscire una mattina e trovare meno centri commerciali e più librerie, più musei, più cinema, più teatri.
Sarebbe bello.
Sgombrare il parlamento dalle veline e mandarle a ballare nelle piazze, libere di non spompinare il pezzo grosso di turno in cambio di 30 secondi di celebrità e l'opportunità di fare un calendario su qualche mensile maschile.
Scoprire che parole come negro, frocio, zingaro, terrone, siano andate a fare compagnia a termini come "missiva" e "paltò". Roba desueta. Che nessuno usa più.
Si, sarebbe davvero bello.
Certo, bisognerebbe volerlo.
Forse anche solo ricordarsi di desiderarlo.
Magari in tanti.
Magari ogni giorno.
L'irresistibile fascino dell'Apocalisse

Si, c'è qualcosa di morboso nel modo in cui media e opinione pubblica "gonfiano" l'impatto dell'influenza A. Un gioco delle parti piuttosto curioso e sempre uguale a se stesso, fatto di titoli allarmistici e contenuti rassicuranti. La conta dei morti sparata in prima pagina e poi smorzata dall'inciso, puntale, che ridimensiona la supposta straordinarietà della pandemia, per nulla più violenta rispetto alle "normali" influenze.
Viene da chiedersi se i giornalisti si siano improvvisamente rincogioniti (più del solito). La risposta è no. Semplicemente soddisfano i desideri del mercato (dei lettori). La loro voglia di apocalisse.
Niente di strano. L'influenza A è la prima risposta credibile al desiderio di una bella catastrofe purificatrice. La versione meno demenziale del 2012. La catarsi che pone fine al decadimento e apre nuovi spiragli di rinascita o, più semplicemente, chiude il sipario sul breve serial interpretato dal genere umano sul terzo sasso dal sole.
Vent'anni fa ho letto un qualche racconto di Stephen King sul tema "umanità spazzata via da una banale influenza".
Lo ammetto.
Mi era piaciuto.
Palle ed equilibri
La ragazza ha le palle.
E lo ha dimostrato anche oggi. Ennesimo distacco dal respiratore, ma con più convinzione. Cibo "vero" ingoiato senza un sondino.
Insomma: a essere interisti magari si soffre, ma qualche volta ci si azzecca. La partita non è chiusa.
E intorno al seggiolino del tifoso continua a girare il baraccone, con tutti i suoi casini. Dopo 48 ore all'insegna del più puro delirio lisergico, sembra che il baraccone stia trovando un suo equilibrio che ormai pensavi fosse andato perduto per sempre. Chiariamoci: si tratta dell'equilibrio più precario, fluido e magmatico che si possa immaginare, ma se è vero che l'ordine nasce dal caos, se è vero che il risultato è proporzionale alla massa informe che si plasma... beh, se tutto questo è vero alla fine ti dovrebbe aspettare un ordine grandioso, qualcosa di maiuscolo, titanico, monumentale. O più probabilmente altro caos.
Ma questo non è mai stato un problema. Non per uno che ha fatto un viaggio andata-ritorno da Marte ed è qui a raccontarlo.
È che questo è uno di quei momenti in cui puoi anche concederti una dose di insensato ottimismo, lasciando che si diffonda come un gioioso virus in grado di contaminare tutto ciò che ti circonda. Ed è anche l'occasione giusta per cercare di ricominciare a riempire il tempo in maniera un po' più sensata, evitando di consumare i minuti come se fossero noccioline.
Già, il tempo. Troppa indulgenza con te stesso, uomo.
Ti eri ripromesso di non buttare nemmeno un minuto e invece stai facendo il vecchio giochetto di giustificarti attraverso l'autocommiserazione. Sai che il trucchetto funziona, ma sai anche che non è un buon affare.
Quindi forse è il caso di dimostrare che un po' di palle, quella ragazza di 68 anni impegnata in campo, te le ha passate nel DNA.
Effetto non-Zerinol

E capita anche di scambiare per un crollo nervoso quelle che, in realtà, sono solo due linee di febbre. La fortuna è che te ne rendi conto. E siccome, nonostante tutto, hai un po' più di equilibrio di quanto non ne avessi 12 mesi fa, ti basta buttare lì una cena abbondante, onorare l'omaggio floreale di Michele, scrivere quattro cazzate sulle varie dimensioni del Web ascoltando Bregovic, controllare come procede l'asta eBay per quel 18/105 con stabilizzatore e prepararti a godere Palahniuc con la Regina che gorgheggia fusa appallottolata sul piumone. Domani è un altro giorno.
Ode ai randagi
Ci sono momenti in cui la distanza aumenta.
Tu.
E laggiù il resto.
Un resto fatto di finti entusiasmi, stupide fissazioni, infantili giochetti di ruolo. Roba che alcuni di quegli zombie hanno il coraggio di chiamare "felicità".
Fai di tutto per ignorarla, ma torna a cercare la tua attenzione piantandotisi davanti con quell'espressione ebete. Dalle pubblicità in TV, dagli articoli nei quotidiani, dalle chiacchiere della "gente" nei bar.
Un fantastico gioco a incastro. Idee stupide fuse a desideri stupidi, il tutto amalgamato dal collante di un bell'assemblaggio di stupide paure.
Ecco. Una ricetta semplice per un mondo funzionale.
E il massimo che riesci a fare è aumentare le distanze. Come se fare il cane sciolto (ma tu preferiresti essere paragonato a un gatto randagio) potesse essere una (vera) soluzione.
Ammettilo. È un palliativo. Il tuo vero desiderio sarebbe quello di far saltare gli ingranaggi. Un po' come nei film di fantascienza vecchia maniera, in cui l'eroe riesce a interferire nelle trasmissioni televisive e con un semplice messaggio frantuma la società Orwelliana di turno.
Solo che qui non c'è nessun "Grande Fratello". Non c'è il bersaglio grosso a cui mirare. Nessun cristallo luminoso che pulsa alla sommità di una torre nel centro della città. Nessuna chiave di volta.
Ed è questo l'aspetto più spaventoso. Perché contro un esercito di viittime-carnefici non puoi proprio nulla.
Quindi fai il gatto randagio. Godendo quando incontri altri randagi come te. Più o meno consapevoli.
Non è molto, ma è già qualcosa.
Nero su bianco
A ognuno di noi è consentito di mantenere un certo livello di ipocrisia. Il problema è che, invarabilmente, qualcosa o qualcuno arriva a ricordarti che stai giocando sporco. Di solito è un bene. Qualche volta, invece, equivale a una vagonata di sterco in salotto.
La differenza, in questo caso, riguarda quello che SAI ma tieni per te. Siccome lo SAI, sei convinto di essere bravo, realista, maturo, equilibrato.
Macchè.
Aspetta che qualcuno ti dica in faccia quello che tu SAI. Poi ne riparliamo.
Il fatto è che sei stufo di essere Bogart. Qualche volta vorresti somigliare di più a Chuck Norris. Lo so, l'immagine è agghiacciante e, probabilmente, anche la mia vita sessuale finirebbe per risentirne. Ma perdere con stile, alla lunga, diventa sfiancante.
Notizie dalla spelonca

Cominciamo dalla Regina. Assolutamente isterica. Se non avessi un cuore ne potrei ridere. Ha impiegato anni ad accettare il Ratto, e ora che non c'è me la ritrovo in piena crisi da carenza d'affetto. Verissimo: non si apprezza quello che si ha fino a quando non lo si perde.
Charlie ha le foglie arricciate e una qualche forma di parassita che lo assilla. Roba che probabilmente potrei stroncare con qualche insetti-pesti-funghicida. Ma ho deciso che questa volta a Darwin non rompo i coglioni. Se è destino che Charlie ce la faccia, ce la farà. In caso contrario amen. Così sperimenta un po' di quel sano (?) cinismo che, in fondo, dovrebbe avere nel DNA.
Ultimo, ma non ultimo, il sottoscritto. Qui la cosa si fa più complicata, visto che mi sto impegnando a rimbalzare tra improbabili suggestioni, qualche rimpianto, un po' di rassicuranti certezze, svarioni senza alcun appiglio con la realtà e sensatissime marce indietro. Insomma: il campionario è vario e variegato. Stasera, per esempio, una rassicurante certezza (che è anche una sensatissima marcia indietro) mi ha permesso di mettere a fuoco un paio di cose. E non è poco.
Puntare in alto
Con Obama, il nero più bianco della storia, siamo arrivati al "Nobel alle intenzioni".
Certo che se basta un "voglio aprire un dialogo con l'Iran" per beccarsi il nobel, chiederei alla commissione di considerare la seguente dichiarazione del sottoscritto: "Voglio trovare la cura per il cancro e risolvere il problema della fame nel mondo".
Lo so, non ci sono precedenti per un Nobel per la pace e la medicina alla stessa persona.
Ma sono un tipo ambizioso.
Zona Cesarini

Ecco, essere interista ha qualche vantaggio. Non pretendo che possiate capiare. Magari il calcio non vi piace. Oppure vi piace, ma non siete interisti. Perché se foste interisti, allora sarebbe tutto chiaro.
Se foste interisti, sapreste che non ci sono regole, certezze, condanne o trionfi già scritti.
Sareste venuti a patti con l'idea di sposare la follia, l'incertezza.
Dareste del "tu" al Fato, quello con la "F" maiuscola, quello che ha il vizio di prendervi per il culo con una frequenza imbarazzante.
Sareste un po' come me.
Prendiamo questa partita. Il tifoso non interista, avrebbe già lasciato gli spalti. Beh, io no. Perché io so. Io so che non si può mai dire.
Infatti.
Infatti in piena zona Cesarini il nostro centravanti l'ha messa dentro. Sette ore senza respiratore. L'equivalente di una mezza rovesciata sotto la traversa. Portiere incolpevole. Curva in visibilio.
Inciso: troppo giovane per averlo visto giocare, so che Cesarini ha battezzato l'omonima "zona" per il suo vizio di segnare a pochi minuti dal termine.
Ecco. Visto che sono interista, ora posso anche crederci. Diciamo che dopo questa prodezza ci si mette uno svarione difensivo dell'avversario. E poi un bel contropiede. Infine un clamoroso errore arbitrale che ci favorisce. Insomma. Si può fare.
Incollati al seggiolino.
Fino all'ultimo minuto.
Fiori da Marte
Life goes on.
La vita va avanti.
Anche senza quel pupazzo che ho sempre considerato la creatura più indifesa al mondo.
Anche con il cuscino, in sala, che ha ancora un avvallamento dove lui ha passato una manciata di ore venerdì.
La vita va avanti.
Anche con le visite giornaliere in terapia intensiva, diventate così "normali" al punto che ne tieni conto per fissare gli appuntamenti con l'agenzia immobiliare.
"No, alle sette no... sono in rianimazione...."
La vita va avanti.
Magari con qualche acciacco. Magari con qualche flashback di troppo. Magari con uno spirito un po' troppo pieno di cicatrici, alcune aperte, altre ormai rimarginate.
Ma va avanti.
E intanto continui a preoccuparti di quello che ti gira intorno. Di chi vorrebbe più di quello che gli puoi dare. Di quei sogni che, tutto sommato, finiscono per essere un po' più vicini anche se hanno perso molto della loro importanza, scavalcati da questioni un po' più pressanti.
Di quello che sei, di quello che vorresti essere.
Dei pezzi che ti sei perso per strada (e dei pezzi che hanno perso TE, per strada) non sai nemmeno tu per quale motivo.
Delle belle novità, dei desideri. Insomma. Un gran casino.
Verrebbe da chiedersi cosa ci sia di nuovo...
Manà


Adeù, amico mio.
Dissonanze
Tracheomalacia è una di quelle parole che preferiresti non incontrare. La maggior parte delle persone non la incontra mai, nella sua vita. Quando la incontri, è perché lei, la stronza patologia, stà cercando di ammazzarti qualcuno.
E l'assurdo è che lo trovi surreale.
Soprattutto quando il tuo cellulare suona il memo del concerto di Tori Amos, che devi avere memorizzato un milione di anni fa, quando pensavi che questa sera saresti andato al Teatro SMeraldo, magari in compagnia di una donna, una di quelle con cui le canzoni di Tori Amos sembrano più belle e meno uguali tra loro.
Invece ti ritrovi seduto al computer, mentre cerchi di interiorizzare l'intrusione nella tua (sua) vita di una tracheomalacia. Con l'accompagnamento di poche parole via chat che sembrano arrivare da marte. E ti chiedi come possa succedere che il mondo si sfilacci così.
Su vasta scala
Mirella mette a cuocere le cozze mentre tu ti occupi della zuppa di pesce. Ti guarda con un sorriso da luna piena. "Si vede che AMI cucinare".
Vero. Cucinare ti rilassa. Come il mare. Per il secondo dev'essere una questione di DNA. Evidentemente il mare rimane nel sangue per un paio di generazioni.
Ma ogni tanto il mare non basta. E qualche giorno fa vibravi su una frequenza diversa, quella frequenza che allontana la tua prospettiva e ti rende freddo. Chi ti conosce davvero bene (di certo la persona che ti conosce meglio) sa cosa significhi. Ostilità. Voglia di fare male. Davvero. Ecco, immaginatelo su vasta scala. DIretto contro tutto e tutti. Per fortuna è durato poco ed è bastato avere l'occasione di comprare due stupide bottigliette d'acqua (al reparto rianimazione non hanno acqua, ci puoi credere?) per far defluire tutto.
Poi è bastato il mare. E anche un tram che ti piacerebbe prendere, prima o poi. Non tanto per la stazione di partenza. Quanto per il tragitto che ti potrebbe portare a fare. Chissà.
Per ora sei di nuovo a casa (una casa pulitissima) e sorridi ancora dopo aver rigirato il piumone.
Abiura di me
Come nei videogiochi. Vivi a livelli.
Prendi oggi: hai lavorato in redazione incontrando persone che ti piacciono più di quanto loro possano pensare, ti sei fatto un piacevole aperitivo e un'ottima cena, hai mandato un paio di sms che parlavano di musica e non solo, hai chattato con la donna più fedele a se stessa che tu conosca, giocato (e vinto) a scacchi, ascoltato un concerto live di Keith Emerson (20% autoradio 60% streaming online) e ora Lifegate spara "Somewhere over the rainbow" e se il mondo finisse qui, potresti essere felice.
Ma no, vivi a livelli.
Forcing
Ok, lo ammetto. Comincio a essere stanco. Non tanto per i Km percorsi (ho perso il conto, visto che sono appena tornato a casa percorrendo per la (boh)esima i soliti 167.000.000 di millimetri), quanto per la sensazione che il tempo mi stia prendendo per il culo.
DI solito ho un buon rapporto col tempo. Scandito. Sarà per il tipo di lavoro che faccio. Associo il tempo a progressi ed evoluzioni. In tutto. Questa volta mi sembra che ci sia un pezzo che ha deciso di ignorare il tempo. Tra evoluzioni, involuzioni, false partenze e marce indietro, finisce per dare la sensazione di essere cristallizzato. Ma non è così. E quello che succede intorno, dai gradi in meno sul termometro, ai turisti che migrano, per arrivare alla rivista che richiede attenzioni diverse, te lo ricordano impietosamente.
La partita O2-CO, invece, resta imprigionata in una melina estenuante e noi tifosi diamo i primi segni di insofferenza. Il primo segnale è la fatica a stare dietro agli sms e alle telefonate, magari finendo anche per fare la figura dello stronzo.
In contemporanea, ti ritrovi addosso un senso di alienazione (la frase "che giorno è?" comincia a essere un po' troppo frequente) che non aiuta di certo. Quindi trovarsi alla scrivania con i due quadrupedi che fusano intorno, una bottiglia di chianti (deo gratia, col tappo di vero sughero), una sigaretta in bocca e gli Almamegretta che pompano dalle casse dal PC, è quasi un balsamo. Così come la prospettiva di impegnare qualche ora, domani, ad assegnare articoli, pianificare scadenze, incastrare date.
Una boccata di normalità non si nega a nessuno.
Spiando dal buco
Probabilmente non capirò mai se io sia stato un bocciolo di rosa o un'ape. Di mio, continuo a sentirmi sempre e solo crisalide.
Al momento, però, la mia attenzione è concentrata su un piccolo buco. Che spero possa fare la differenza. Almeno per noi tifosi.
Essenze
Tra una scarica di adrenalina e l'altra, può succedere che tu metta a fuoco alcune cose.
Per esempio, quanto conti puntare dritto all'essenza delle persone. È una di quelle cose che capitano più facilmente nei momenti drammatici, quando ci si trova a confrontarsi con qualcosa di GRANDE. Vero, di mio cerco di farlo sempre. Ma mi sono reso conto che anch'io, nel mio piccolo, divido il mondo in quartieri. Ce ne sono alcuni in cui non ritengo necessario, indispensabile, o anche solo naturale, esprimere ed esigere l'essenza. Di solito con quelle persone con cui non hai a che fare per scelta, ma per necessità. Banalizzo: un parente, la suocera, un collega, insomma, gente con cui ti ritrovi ad avere a che fare per motivi indiretti.
Invece capita.
Pino, per esempio, questa sera mi ha chiesto cosa pensassi di lui. È strano che te lo chieda (direttamente) una persona che conosci da più di 10 anni. E tu puoi solo fare un respiro e rispondere. Nel suo caso è stato facile. In altri casi lo sarebbe meno. Perché può succedere che ti ritrovi a dire cose scomode. Antipatiche. Anche offensive.
Beh, in questi giorni mi sta succedendo. Più o meno direttamente e in maniera più o meno drammatica. Ma ti ci trovi costretto. Perché quando le cose si fanno serie, i guanti di velluto li metti nel cassetto. E rimangono le nocche. Nude.
Ti succede anche in un momento in cui, volente o nolente, hai fin troppo tempo per pensare. Anche solo i 167 Km di autostrada che hai percorso per la quinta volta.
COsì, per esempio, ti rendi conto che quella strana migliore sintonia che senti con le donne è dovuta a un fatto endemico. Cioè, le donne funzionano (parliamo sempre di essenza) in maniera diversa dagli uomini. Le donne, con rare eccezioni, non si negano. Al massimo filtrano. Mi spiego meglio. QUando parli con una donna, non bara mai sulla quantità, al massimo sulla qualità. Questo ti permette di arrivare all'essenza più facilmente. Se una donna decide di essere CRISTALLINA con te, lo sarà su tutto.
L'uomo, con rare eccezioni, è diverso. L'uomo gioca sulla quantità. Tiene dei lati nascosti. Non ti racconta palle. Semplicemente non ti racconta TUTTO. Ma questo rende le cose più difficili.
Al di là delle speculazioni filosofiche, mi trovo a casa per un buon 24 ore, felice di subire le attenzione del Ratto e della Regina (che sono riusciti a spalmare mezza tazza di caffè sul muro della camera, cosa che mi obbligherà a imbiancare una casa in vendita e contemporaneamente rivedere le mie posizioni riguardo il concetto di utilità marginale studiato in economia politica).
Al di là delle speculazioni filosofiche, posso ragionevolmente accantonare le paure che ho, ovvero quello di essere diventato (umanamente) una sorta di meteora che attraversa le vite di altre persone senza lasciare tracce significative. La quantità di sms, telefonate, chat, email, abbracci, baci, strizzate, offerte di lavaggio della biancheria, profusioni di affetto che ho ricevuto negli ultimi giorni bastano e avanzano per fugare qualsiasi dubbio.
Esisto.
P.S: l'immagine di accompagnamento è solo relativa al concetto di "essenze". Di sarcasmo ne ho fatto il pieno e sono a posto per un po'.
H2O... e basta
Mai capito perché la pioggia possa tanto sul nostro stato d'animo. Fatto stà che rimani qualche manciata di minuti davanti alla finestra guardandola scrosciare sulla tipica flora ligure. Bello, nonostante tutto.
Certo, la pioggia non è proprio l'equivalente del Prozac. Anzi.
A fissare il paesaggio fuori dalla finestra ti ritrovi a fare i conti con un po' di cose. Magari troppe. Non ultimo, il fatto di sentirti perennemente sopravvalutato, anche al di là del sarcasmo. Il punto è che sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla perfezione. Ma è un errore comune. Il mio unico pregio, in fondo, è quello di accettarmi per quello che sono. Imperfetto. Fallace. Insufficiente. Come tale, amo gli imperfetti, amo i fallaci, amo i peccatori, gli insufficienti che hanno il coraggio di essere tali.
Un'amica, qualche tempo fa, mi ha detto che la rovina degli italiani è il cattolicesimo. A causa della confessione. Secondo lei, il fatto che alla confessione segua sistematicamente il perdono, è diseducativo. Sono d'accordo. Anche senza avere un marito mezzo svedese.
DIffido da chi confessa avendo un mezzo sguardo al perdono. Meglio confessare. E basta. Il perdono non è necessario. Ed è quello che mi è capitato di chiedere. Inutile dirlo, nessuna risposta. Solo un po' di sarcasmo. Tra l'altro troppo inquinato dalla rabbia. Troppo per avere un minimo di credibilità.
Io fumo di fronte alla pioggia. Al momento, non posso fare altro. Ho questioni più impellenti a cui badare. E in quella partita, francamente, ho dato tutto quello che potevo dare.
L'odio è una stupida forma di amore
Questione di gusti
No, non è facile avere a che fare con me. Bisogna annullare le distanze. A qualcuno risulta terribilmente facile. Ad altri no. Non c'è niente di male e, probabilmente, è meglio così. Alla lunga risulterei indigesto.
Assuefazioni

Ecco, ora che hai attivato il piano tariffario che ti permette anche di navigare usando il cellulare come modem, ti senti stranamente più a tuo agio. In fondo sei solo a 170 Km da casa e con un bello sforzo di immaginazione puoi anche prenderla come una vacanza. Certo, c'è quel "piccolo" dettaglio delle visite alle 16,30, del respiratore che pompa, dello sforzo di cercare di tenere su di morale chi lotta con quel respiratore per decidere chi gestisca il flusso di aria in ingresso e in uscita da quei polmoni scansafatiche. Ma sai benissimo che il tuo cervello è molto bravo nel creare sovrastrutture e riesci sempre a sparare sorrisi rassicuranti e chiacchiere che distraggono (così speri) da quelle domande che tu, al suo posto, ti faresti con una certa ossessività.
Intorno le solite cose. Ma non solo.
Come al solito i periodi tirati ti permettono di capire come sono fatte le persone che ti stanno intorno. Poche sorprese, per la verità. Qualche presenza attesa, qualcuna meno, insieme a un paio di assenze alquanto scontate.
Sorprendente quanto la vita, alle volte, non sia affatto capace di sorprenderti.
L'ansia del tifoso
Di solito, nella vita, dividiamo le persone tra protagonisti e spettatori. Il protagonista si trova al centro dell'azione, più o meno padrone del suo destino, ma in ogni caso al centro.
Lo spettatore, di suo, rimane ai margini del set. Assiste. Non ha facoltà d'intervento o alcun potere. A suo modo, però, si trova al sicuro. Perché ciò che accade lo tocca solo marginalmente. Certo, può essere investito da emozioni, conseguenze minori, ma sostanzialmente non è della partita.
Beh, ecco la notizia: le categorie non bastano.
C'è da aggiungere almeno una terza categoria. Il tifoso.
Il tifoso non è uno spettatore qualunque. Assiste, si, ma soffre, gioisce, spera e si dispera. Rimane inchiodato di fronte all'azione in equilibrio tra il desiderio di essere parte della partita e la frustrazione di non poter intervenire realmente. Vorrebbe poter scendere in campo per menare fendenti, ma questa possibilità gli è negata.
Ecco. Il tifoso. Bel ruolo di merda.
Soprattutto quando la tua squadra del cuore è sotto di due gol e hai la sensazione che il primo tempo sia lì lì per scadere.
Quello prosaico
Sotto sotto, ti rendi conto che anche di fronte a questioni fin troppo grandi la tua reazione la puoi misurare solo sulle piccole cose. Non solo perché di fronte a certi numeri tu, che al massimo ci sai fare con le parole, sei del tutto impotente.
Ma soprattutto perché è lì che si gioca tutto. Sono le piccole cose che arginano i grandi casini. L'unico modo in cui riesci a portare un po' di serenità tra le persone che ami.
Lo pensi mentre consumi la distanza tra Milano e Genova per la seconda volta nella stessa giornata. E tra le piccole cose c'è anche quella città a cui sei rimasto stranamente legato. Al punto che il gestore del campeggio, stasera, ti ha guardato con aria interrogativa chiedendoti come mai un milanese avesse l'accento ligure. E te ne sei accorto solo in quel momento, che sono bastate poche ore con la tua zia preferita per cominciare a snocciolare le parole con quella cadenza che in fondo ti piace tanto.
La stessa cadenza con cui riuscite a parlarvi in una sala d'aspetto della rianimazione per spiegarvi che si, sono le piccole cose quelle che contano. Qualche centinaio di chilometri da macinare, una dose di calma quando serve, costringere chi ti è davanti a pensare al prosaico per allontanargli il cervello da quello che ci fa paura.
Mattoncini. Sfumature.
Che con i numeri non c'entrano un cazzo.
Clic
Quando suona il telefono fisso, di solito, è qualche scocciatore che propone qualche nuova offerta Internet.
Quando suona alle 6,30 del mattino, però, è quasi sicuro che si tratti di qualcosa di più che una semplice scocciatura.
Infatti.
Bastano 30 secondi per tornare a confrontarti coi numeri. Per niente simpatici. 118, 60 e via misurando concentrazioni e flussi che non riescono a trovare il loro equilibrio.
La cosa strana è come reagisci. Un clic. Adrenalina. In 5 minuti hai sistemato (o annullato) tutte le scadenze che ti stavano riempiendo le ore. Questione di priorità. Fredda, cinica priorità.
E hai la sensazione che la giostra riparta. Di tuo, puoi solo fare tutto quello che puoi per tenere insieme i pezzi.